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Archive for ottobre 2007

pensi che il tempo passa

e non è solo il capello bianco sotto la tinta che te lo dice,

lo pensi perchè c’è una bimba che si laurea

e perchè ti scazzi ad aspettare l’autobus,

lo pensi quando torni a casa ti pice  che non ci sia nessuno.

il tempo passa..

te ne accorgi dal fegato che grida tre giorni dopo una sbornia

e lo vedi dal mal di testa da lavoro alle 7 di sera,

e lo senti dai reni che dolgono a star seduta.

pensi che in fondo il tempo che passa è vero

ma è solo uno scherzetto

credi certe volte che quello che hai di fronte sarà

in gran parte dolcetto..o almeno lo speri..

il tempo passa…ma non ti basta

non ti basta a fare tutto quello che hai ancora da fare però

e allora non lo conti il tempo..

che magari vola spensieratamente

mentre la Roma ancora pareggia

e noi siamo primi in classifica,

in una serata in cui non ti va di fare una beneamata mazza

…che il tempo a dirla tutta, va goduto anche così.

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nervosetta…

“sa, quando ci vediamo

devo chiederti scusa per una piccola cosa”

(a titolo personale, detesto che mi si chieda scusa)

riflettiamo:

a parte che..datemi pure della troia ma non chiamatemi sa,

veniamo al punto

mi devi chiedere scusa?

beh chiedimela quando ci vediamo no?

(che tanto ci vediamo…non ci piove!)

che t’annunci?

ti sembro la Beata Vergine che annunci?

è una cosa piccola?

sarà una cazzata colossale!

c’era bisogno della pantomima?

ecco..una cosa mi piacerebbe

parlare chiaro

..e al momento giusto!

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6 personaggi in cerca

Mi dicono che il treno è il mondo visto in piccolo.

Eravamo in 6 a guardarlo oggi,

o meglio, ero io che ne guardavo 6 di piccoli mondi:

quello della coppia caciarona (1)

di lei, col piede nudo proprio lì,

e di lui (2) che giocava col suo videogame dai tremila rumori.

il mondo era lì,

in una coppia di giovani amanti ciarcieli e con gli ormoni elevati al cubo

era lì nella mia dirimpettaia di sedile (3),

tutta ragazza d’altri tempi ma calati nel 2007 (v.ipod traditore),

con il suo”amore” all’altro capo del filo a chiedere come andava,

era lì, in quell’ anello all’anulare sinistro (la via sanguigna del cuore)

dono del mio fidanzato (parola desueta)

era lì, nell’omone sardo (4) in polemica con la vita malsana e nera,

e con le ore che scorrevano senza rispettare le coincidenze con l’aereo,

in quella voce scura che si colorava nel portatile del figlio (5) seduto accanto,

capelli lunghi contro la stempiatura di suo padre,

e un sorriso che mi diceva:

non ci fare caso..lui è così..sempre

ma poi si calma.

era lì, negli occhi di chi guardava me..(6)

mi chiedo cosa passi di me a chi mi guarda…

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Che stai a casa un sabato sera non è la fine del mondo.

Ne ho passati tanti così e ancora ne passerò.

Anzi, in fondo mi piace.

 Me no sto qui tranquilla, sorseggio un tè scuro, butto un occhio al giornale,

sgranocchio un biscotto.

Contenta per chi è uscita e si vede con le amiche, per chi prova a mangiare africano e per chi ha deciso di restare pure lei a casa casa con i genitori una volta tanto.

Un sabato normale per qualcuno, per qualcun altro no.

Se non fosse che stanotte cambia l’ora. Io lo odio questo spostamento di lancette. Mi scombussola l’ idea del buio pesto alle 5 di pomeriggio, del ritorno dell’inverno, dei panni che non si asciugano mai e dei locali al chiuso.

E’ solo il fatto che vorrei starmene davvero tranquilla.  E ci si mette pure l’ora solare.

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eccezioni anatomiche

Gli occhi larghi li cantava de andrè,
aspettando un sogno inutile da dimenticare al mattino.
Le mani grandi di ornella incantano dal ’61 paoli,
che perciò se ne frega della luna e pure delle stelle.
Le gambe lunghe piacevano a Conte
mentre parlava con Hemingway.
A luca serviva la bocca per tenere il fiore,
magari così si avvicinava la sua farfallina.
A fare un panegirico delle spalle larghe,
s’è dedicato in maniera egregia de gregori.
Il lucio nazionale è andato a ripescare pure il gomito,
temendo non fosse più carnale.

E io penso.
ma proprio a nessuno è mai venuto in mente
di ricordarsi dei fianchi larghi?

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Con quelle facce un pò così…

il presente post non costituisce, nella mente di coloro che l’hanno scritto e messo in bacheca, in alcun modo offesa verso chiunque si senta chiamato in causa, che qua siamo tutte precarie, meridionali e fumatrici.

Dice che era un bell’uomo e veniva dalla provincia
o da un’altra regione, sempre a sud,
sempre vicino al mare.
il precario è di solito molto meridionale.
Parlava un’altra lingua però sapeva arrivare a Roma
(spesso il dialetto vive di vita propria con il suo accento).
Quel giorno lui prese la sua bandiera rossa
e si avviò verso piazza San Giovanni, contornato da simili.
Il precario lo riconosci subito,
perchè l’abito fa il monaco
(anche se lui è contrario alle gerarchie ecclesiastiche)
quando ha i capelli ….sono arruffati, tendenti allo sciatto e anche allo sporco
(ma il maschio precario non ha i capelli grassi, non sono mai tirati,
sono spesso, per forma, più riconducibili al cespuglio fiorito
del giardino della casa dell’impiegato fisso)
Indossa giacca a vento di quelle trapuntate a rombi..ma con il piumaggio ribelle,
porta il fazzoletto al collo (mai la cravatta)
ha i pantaloni col segno delle ginocchia,
scarpe rigorosamente di gomma, calzino non in tinta.
La donna…col petto che sapeva di mare,
è per lo più vestita a colori,
la precaria attempata, anche lei con la sua bella bandiera rossa,
non manca mai di foulard al collo, fantasia mare,
bordo rosso bardeaux o blu oltreoceano,
ha il capello tinto ma non sciolto,
lo tiene a bada sempre con un elastico (più noto come molla)
di colore rigorosamente non in tinta con il resto.
Giacca chiara, occhiale che fa tanto donna che legge.
La precaria giovane (meglio se occhialuta) è quella col vestito ogni giorno più corto,
indossa capelli lunghi folti o corti sfatti,
porta gli occhi cerchiati di nero che fa tanto robert smith al femminile
e sacca da commercio equo e solidale..che lei la cocacola non la beve.
Abiura la nestlè salvo poi affogare
dopo l’ora più dolce in una vasca di gocciole (ma quelle son pavesi!).
La borsa, per sesso, ordine e grado è portata a tracolla,
il giornale, sempre sotto il braccio, ma ripiegato male,
rigorosamente nella tasca sinistra, vista aperta alla testata
..fa tanto marchio di fabbrica..e chi se ne intende meglio?
Il precario beve molto caffè ma ha la passione per il tè
c’ha la sporta da casa per non alimentare il ladrocinio del
sorchettaro all’angolo, e fuma.
Il solo lusso della vita a chiarire le idee in un giorno di vento,
come quello di ieri…è la sigaretta fumata a iosa.
Talvolta fuma bene, talatra lesina sulla marca.
Usa un telefono di generazione passata
e ha sempre un pacchetto di fazzoletti,
per asciugare le lacrime di una manifestazione cui mai avrebbe creduto di partecipare
fatta a sinistra e a ragione, contro un governo di sinistra che non ragiona.
In fondo, si dice, il problema è nel vestito
il precario ha bisogno di riconoscere i suoi simili,
un governante in giacca e cravatta
è diverso e non riconoscibile.

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